La storia di Giuseppe Cernecca: i partigiani comunisti lo legarono a un albero e lo decapitarono
Tratto dal libro di Roberto Meniaย โ10 febbraio. Dalle foibe allโesodoโ. La storia di Giuseppe Cernecca
ยซLapidato con i sassi delle tue doline, ogni pietra ha una voce, il tuo lamento che chiede perchรฉยป. Mario Varesi, un poeta dellโesilio, dedicรฒ questi versi alla vicenda di Giuseppe Cernecca, lapidato dai titini. La sua colpa? Essere italiano. La sua storia fu resa nota dalla figlia Nidia, esule da Gimino, donna coraggiosa la quale nel 1992 promosse, con la sua denuncia, che andammo a presentare assieme presso il tribunale di Trieste, lโapertura del processo โFoibeโ, svoltosi poi a Roma contro i capi titini responsabili delle stragi nellโIstria e a Fiume. Di quel processo, osteggiato dentro e fuori dai nostri confini, restano le belle pagine scritte da un magistrato che alla giustizia credeva davvero, Giuseppe Pititto, e di un avvocato che รจ un patriota dโaltri tempi, Augusto Sinagra.
La terribile storia di Giuseppe Cernecca
Nidia Cernecca si era portata per tutta la vita un ricordo tormentoso: lei aveva sei anni e stava giocando con sua sorella Daria nel giardino di casa; entrรฒ un uomo, vestito con pantaloni alla zuava, stivaloni, pistola, frustino e berretto con la stella rossa, che annunciรฒ con fierezza alla mamma lโassassinio di suo padre, minacciandola di morte se avesse cercato di recuperarne il corpo. Ma solo da adulta aveva saputo qual era il suo nome e soprattutto che viveva ancora, tra Rovigno e Zagabria. La Jugoslavia era finita, la Croazia era da poco indipendente, ma Ivan Motika, il boia di Pisino, era ancora un uomo influente che faceva paura. Nidia lo andรฒ ad affrontare fuori di casa sua ma quello fuggรฌ. Poi ci riprovรฒ e, davanti ad una telecamera Rai che credeva spenta, egli rispose di essere stato sรฌ un giudice popolare ma di non aver mai fatto male a nessuno. E concluse sprezzante: โIstriani carne vendutaโโฆ Nidia allora andรฒ a cercare quello che gli avevano detto essere lโassassino materiale di suo padre: si chiamava Martin Tomassich e viveva cieco in una casa di riposo. Lo affrontรฒ allโimprovviso, mentre questi stava steso a letto: โLei ha ucciso il mio papร , Bruno Cernecca?โ. โSรฌโ rispose lui, con gli occhi bianchi e senza emozione. โMa era Motika il giudiceโฆโ aggiunse.
Trascinato da una catena per buoi
Tomassich morรฌ qualche anno dopo e anche Motika andรฒ al Creatore prima che il processo istruito a Roma potesse giudicarlo. Certo non riposa in pace. Nidia ricorda di suo papร sole le carezze: era un uomo buono, impiegato comunale a Gimino, non credeva potesse bastare questo per finire ammazzato. Fu arrestato da tre partigiani slavi mentre stava ritornando da un viaggio a Trieste, fu portato al Comando titino, interrogato, bastonato e seviziato. Era moro ma a seguito di quelle percosse, raccontรฒ un testimone, incanutรฌ in una notte. Il โprocesso popolareโ sentenziรฒ per lui la pena di morte. Racconta Nidia: โMia madre lo vide passare sotto casa trascinato da una catena per buoi. Aveva sulle spalle la croce del suo calvario: un pesante sacco di pietre col quale lo avrebbero lapidato. Tra calci, insulti e percosse lo hanno fatto camminare per cinque chilometri, fino al bosco di Monte Croce, nellโintrigo della foresta della Draga, in quella valle che finisce nel fiordo di Leme. Lรฌ, tra i cespugli, cโรจ un ciliegio selvatico dove la mano di un pastore ha inciso sulla corteccia la tragica data del 3 ottobre, ancora visibile. Legato a quellโalbero lo hanno massacrato e poi decapitato. La sua testa fu portata da un orologiaio di Canfanaro per estrargli due denti dโoro. Preso lโoro la gettarono a calci sulle rotaie della vecchia ferrovia istrianaโ.
Giuseppe Cernecca e gli altri crimini titini
Nidia conservรฒ il suo diario di quei giorni, lo usรฒ per scriverci un suo libro. In esso racconta il calvario dellโIstria e della sua famiglia: โIl papร lapidato. Lo zio 33 Roberto ucciso per un feroce seppur fatale errore dai tedeschi. Lo zio Corrado Smaila gettato in foiba dopo che gli erano stati tolti gli occhi, ci raccontarono che era impazzito. Lo zio Gaetano Cernecca, fratello di papร , gettato nella foiba. Lโavevano arrestato assieme al fratello Dante che avevano rimandato a casa, dicendogli che a loro bastava il fratello. Lo zio Mario Ghersi, marito della zia Elvira Cernecca, sorella del papร , gettato nella foiba di Vines. Gli zii Attilio ed Ettore Marzini, cugini della mamma, gettati in foiba, dopo che erano stati tolti loro gli occhiโโฆ Conobbi anche Leo Marzini, esule a Trieste, figlio di Attilio e nipote di Ettore. Anche lui fece la sua denuncia alla Procura a seguito di quella di Nidia. A casa sua mi fece vedere le fotografie spaventose che conservava di quei corpi riesumati da una cava di bauxite a Villa Bassotti nel Comune di Pisino. Li aveva riconosciuti sua madre: erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati loro tagliati i genitali e levati gli occhi. Leo aveva ventโanni allora e tanto coraggio. I Marzini erano di Pedena e lui andรฒ dal capo partigiano di quel paese, Giovanni Runco, accusandolo di essere un assassino. Egli negรฒ e rispose che erano stati giudicati e condannati da Motika. โAllora portami da lui!โ lo sfidรฒ. E quello cosรฌ fece. Raccontรฒ Leo Marzini: โCi recammo verso sera in un bosco, nelle vicinanze di Villa Lucchesi. Motika spuntรฒ da dietro gli alberi, da solo e prima di parlare pretese che il mio accompagnatore si allontanasse. Aveva un mitra Beretta a tracolla, la pistola alla cintola, la bustina con la stella rossa sul capo. Gli chiesi il motivo per il quale erano stati uccisi mio padre e mio zio. Mi rispose prima in croato, poi in un italiano perfetto. Non fece nulla per negare le sue responsabilitร e si limitรฒ a dire, con gentilezza sfacciata, che forse si era trattato di un errore. Concluse il suo discorso con la frase: โCaro compagno, ti consiglio di andare via di qui e di fare il partigiano in Italiaโ. Evidentemente considerava che lโIstria non fosse giร piรน Italia. Ma era solo lโottobre del 1943โฆ